Cammina tenendo lo sguardo fisso a terra, non sa mai che cosa può capitargli fra i piedi. Ogni giorno nel mondo qualcuno perde o lascia cadere qualcosa, lui è pronto per raccogliere pacchetti non finiti di fazzoletti tempo, nastrini per capelli, una molletta, una sigaretta a cui manca solo qualche tiro, dieci centesimi, uno scontrino. Raccoglie ogni cosa nella sua borsa di plastica trasparente, non ha nulla da nascondere, lui. Ha solo storie da inventare e raccontare a chi ancora crede nei cantori di strada.
Il pacchetto di fazzoletti tempo l’ha perso una ragazza che soffre di iperidrosi. Si tratta di una disfunzione del sistema nervoso simpatico che le fa produrre circa tre litri di sudore al giorno indipendentemente dalla stagione. Le sudano le mani, le ascelle, i piedi, senza controllo. She lost control again. Lei ha imparato a riempire la borsa di fazzoletti per tamponare e tamponarsi, per contenere le perdite di umore, per nascondere l’imbarazzo di un vivere fluviale. Il problema è che la borsa è zeppa di altre cose: i documenti, il portafoglio, il portamonete, le chiavi per ritrovarsi, la bic nera per scriversi, il taccuino, la macchina fotografica per tutte le volte che sente il bisogno di aggiungere un nuovo scatto alla cartella chiamata ‘con la macchina fotografica fra le mani’ dentro il suo computer, il telefonino, un libro o un cd diverso ogni giorno e con una ‘o’ che è un ‘vel’ non escludente. Dipende dai giorni, si dice, dipende dalle attese da riempire e dai mezzi di trasporto usati, dipende dal bisogno di parole stampate che sanno di nero o di parole cantate che sanno di vento. E due pacchetti di pall mall blu, ché li compra sempre in coppia per paura di restare senza respiri, una sicurezza i fazzoletti, le chiavi, le sigarette, la bic nera, il taccuino, uno squallido telefonino. Succede che quando la mano cieca s’infila nella borsa, tasta a memoria ogni cosa, si perde e si ritrova, si spazientisce e riemerge di corsa, solleva – il polso, il braccio sono due leve – qualcos’altro. Non tutto si stringe, qualcosa si perde.
Il nastrino di capelli rosa shocking s’è sfilato dai capelli troppo lisci e ribelli di un ragazzo. Non era suo ed è tornato indietro a cercarlo sperando di ritrovarlo perché era una promessa, un pretesto, un prestito. L’ha sfilato dalla testa della ragazza di cui è innamorato, sciogliendole la treccia e dicendole che glielo avrebbe riportato, insieme ai soldi che gli ha prestato. Tornerò vincitore con il doppio della cifra che mi hai donato. Lei dalla finestra della sala d’arte lo ha guardato giocare sul campo di basket una partita a soldi con avversari di un’altra scuola. Un modo diverso di sopravvivere. Lo ha guardato legarsi stretti i capelli lunghi e biondi, indifferente del colore femminile sulla punta delle sue dita, noncurante d’attirare gli sguardi di tutti, lui salta e fa canestro, lui sa elevarsi ben oltre il comune dire e sentire, ha una bellezza che è un pugno, più in alto, oltre il cielo, con questo pallone colpirò una stella e la lascerò cadere ai tuoi piedi, baby.
La molletta l’ha persa una bambina di nome Virginia. Non ha fatto che giocarci, non ha smesso di toccarla lungo tutto il tragitto. Saltellava di pozzanghera in pozzanghera, seguendo a stento la madre che come una linea retta, veloce e sicura, la precedeva di troppi passi. C’è un amore irraggiungibile che il suo piede incerto ed impaurito non sa agguantare. La molletta è rossa con due ciliegie in rilievo, una fogliolina verde di feltro a segnalare l’incontro tra i due piccioli. Ma, forse, si chiama picciolo solo il braccio della mela, pensa, non lo sa neppure lei, è troppo piccola e possiede troppi pochi libri per ampliare il suo vocabolario. Cerca, stringendo gli occhi, di ricordare le esatte fattezze della molletta, le dimensioni, i colori, la consistenza, quel dolce attrito fra i suoi polpastrelli e il dono mattutino. Era stata la madre ad acconciarle i capelli, ad appuntarle quell’unico vezzo fra i capelli neri. La toccava per sentirla, per saperla, per poter proseguire più o meno diritta. Un tocco, un salto. Un tocco e non sbaglio. Non infrangerò nemmeno uno specchio d’acqua. Riuscirò ad arrivare sana e salva. Adesso ha perso l’amuleto e forse piange a labbra strette in un angolo della sua camera. E forse sogna di diventare grande, di sopravvivere all’assenza, di diventare scrittrice e comporre romanzi che sappiano arrivare a completarsi.
La sigaretta l’ha lasciata cadere l’uomo alto e robusto, il cappello a contenere la testa e i pensieri, l’impermeabile ad isolarlo dal resto del mondo. L’aveva appena accesa quando ha visto profilarsi il muso dell’autobus perennemente in ritardo. Lui non sa come e quando sia il momento giusto per accendersi una sigaretta, lui non sa come e quando agire, finisce sempre per fallire. Due tiri, solo due, e poi l’ha gettata a terra in un moto di stizza e di rabbia repressa. Fossero stati tre avrebbero almeno avuto un vago senso di perfezione. Se c’è una cosa che detesta, nella scala delle mille cose che detesta, è sprecare una sigaretta o la variante del fumarla così in fretta da non riuscire a ricordarsi d’averla accesa. Per lui una paglia è uno spazio e un tempo: li estrae dal flusso inarrestabile di secondi e minuti, è una presa di coscienza, un atto di ribellione, una facile libertà. Si dichiara out dal campo di gioco in cui l’arbitro è l’orologio. Sfila una lancetta e se la infila in bocca, si accende e si sente eterno presente.
I dieci centesimi li ha lasciati cadere per sbaglio un musicista di strada, raccogliendo il cappello lasciato a terra. Probabilmente non se ne è nemmeno accorto e mi auguro sia così perché per chi vive di espedienti anche solo dieci centesimi fanno una differenza. Sommati fra loro possono diventare un caffè, un panino, una lattina di birra, un bicchiere d’acqua, una monetina da lasciar cadere in uno di quegli ormai rari telefoni pubblici per fare una chiamata ad una donna lontana. Aveva una bella voce, il chitarrista. Sapeva cantare solo le canzoni del suo personale repertorio, non cedeva a richieste. Se un passante accennava un titolo dei Beatles o degli Stones, lui quasi per scherzo attaccava il giro di chitarra desiderato e poi lasciava le mani proseguire inseguendo solo i suoi desideri. É l’unico modo che conosce per vivere: credere solo in se stesso, assecondare solo i suoi desideri. Lui ci ha provato una volta ad assecondare quelli di qualcun altro ed è finita con una donna incinta che da vigliacco ha abbandonato, sgusciando fuori dal letto mentre era addormentata. Non sapeva sostenere il peso del mappamondo sotto i suoi seni, non riusciva più a sentire le note delle sue canzoni percependo il respiro di due esseri viventi che sapevano parlarsi con sistoli e diastoli, con contrappunti e rimbalzi.
Lo scontrino l’ha lasciato cadere una coppia, letteralmente, lo tenevano in mano entrambi, come se stessero piegando un lenzuolo asciutto. Stavano rifacendo il letto, se volete, in cui hanno dormito per un numero incalcolabile di notti. Hanno deciso di rivedersi per l’ultima volta nel bar in cui si erano dati appuntamento la prima volta. Fra loro era nato un rito: ad ogni uscita, ad ogni scontrino con data ed ora di rilascio, ad ogni appuntamento pagato, lui, con quel sottile riquadro di carta, costruiva una barchetta, lei le conservava tutte dentro una scatola a forma di cuore. Quell’ultimo scontrino non si è trasformato in un gioco di bambino, in un veliero capace di affrontare il mare e i pirati, non è finito nella pancia della scatola rossa. Forse non hanno avuto il coraggio di scrivere la parola ‘Fine’, forse hanno scelto di lasciarsi andare ognuno per la propria strada chiedendo alla vita di scegliere per loro una data ed un’ora di rilascio nel futuro, un incontro casuale, un ritrovarsi per sbaglio o per fato. E se mai ricominceranno a vedersi, a dividersi il letto ed il frigorfero, io non ve lo so dire, so solo che non avran bisogno di navi di carta per salpare. Puoi chiamarlo ‘nuotare’ se ti spaventa o forse ‘amore’.